lunedì 16 aprile 2018

Dai fumetti ai fumetti

Come avrete intuito leggendo l'ultimo post, i fumetti sono uno dei miei interessi.
In effetti ho imparato a leggere speditamente grazie agli albi di "Topolino", "Braccio di Ferro", "Geppo" e "Provolino" che i miei genitori e i miei zii mi compravano spesso. Molti della mia generazione hanno seguito un percorso analogo (a quei tempi non c'erano tablet, smartphone e pc ;-)
Per parecchi anni ho letto prevalentemente fumetti. Anche qualche libro "per ragazzi", però soprattutto fumetti. Da "Topolino" sono passato a "Martin Mystère", "Dylan Dog", le riviste di manga "Mangazine" e "Kappa". Però mentre frequentavo l'università ho cominciato a leggere anche tantissima narrativa, in parte testi obbligatori per gli esami e in parte testi che mi incuriosivano a titolo personale.
Da allora, per diverse decadi (purtroppo ormai devo conteggiare la mia vita usando queste frazioni temporali molto ampie) i romanzi e le raccolte di racconti hanno sempre oltrepassato i fumetti in termini di quantità. Continuavo a leggere sia narrativa che graphic novels, ma con un rapporto di 4:1 in proporzione.
Negli ultimi mesi la tendenza si sta invertendo. Sto leggendo fumetti e romanzi in quantità equivalenti, non escludo che nel corso dell'anno i primi finiscano col prevalere sui secondi.
Se dovessi dare una spiegazione del perché di questa inversione mi verrebbe da dire: per sentirmi di nuovo ragazzino :-D
Però in realtà non mi pongo troppo il problema, ormai sono arrivato al punto di accettare e giustificare ogni bizzarria dei miei neuroni, compreso il ritorno dei fiamma in grande stile per il fumetto.
Mi sto addirittura adoperando per scriverne uno. Il romanzo fantasy di cui ho parlato è in fase di editing, conto di pubblicarlo nei prossimi mesi. Però dopo vorrei provare a scrivere una storia un fumetti: non delle semplici strisce per le quali basta un software grafico come quelle di Writerman, stavolta sarebbe una cosa più professionale.
Naturalmente ciò implica un piccolissimo problema di nessunissima importanza, ovvero il fatto che io non so disegnare e quindi dovrò assumere un disegnatore e pagarlo. Ma questo è un particolare secondario...
:-P

lunedì 9 aprile 2018

Il mio passaggio al Romics

Come ho già detto in un'altra occasione, Lucca è imparagonabile. Il Romics è un po' troppo "ammassato" e d'altronde si svolge in una serie di hangar nel bel bezzo del nulla (la Nuova Fiera di Roma è sin troppo decentrata), quindi manca l'atmosfera della città.
Però questa edizione della fiera fumettistica capitolina passerà agli annali per uno strepitoso cosplay. Vi do tre indizi:




... e dico solo: Ariano Geta desu ga?
Come dicevo l'atmosfera non è però quella di Lucca. I cosplayers si impegnano come possono, però il contesto è diverso.


Poi, va da se che la magia del raduno fumettistico c'è sempre. Può capitare di solidarizzare con un soldato dell'Impero che sembra davvero allo stremo...


... oppure si può incontrare un tenero bimbetto sul suo bat-passeggino:


Può succedere di trovarsi a un metro da una bella donna completamente nuda e il primo pensiero che viene in mente é: "Che meraviglioso... body-painting!"


Naturalmente è anche l'occasione per ammirare tavole originali di disegnatori professionisti e restare incantati davanti al loro talento.


Insomma, comunque la si metta è una giornata diversa dal solito, che fa sempre bene al morale ;-)

sabato 31 marzo 2018

Buona Pasqua

A Civitavecchia c'è un'antica tradizione religiosa collegata alle celebrazioni pasquali.
Il Venerdì Santo, il giorno in cui viene commemorata la crocifissione di Cristo, nelle ore serali si svolge una processione come d'altronde avviene pressoché ovunque in Italia.
La particolarità localistica (comunque non esclusiva, secondo quanto ho avuto modo di capire) è che all'interno della processione non vi sono solo figuranti in costume che rievocano i momenti del processo e della condanna di Gesù, ma anche dei penitenti che sfilano coperti da cappucci e tuniche bianche camminando a piedi scalzi. Alcuni hanno sulle spalle delle grosse croci di legno, altri portano pesanti catene legate alle caviglie e le strascinano sull'asfalto producendo un suono stridulo che rende particolarmente intenso e toccante il momento del loro passaggio.


Per certi aspetti è questa l'immagine della Pasqua che più mi resta in mente, probabilmente a causa di vari sensi di colpa che mi porto dietro da anni relativamente a certe situazioni personali.
Sperando che, per tutti voi che leggete, la situazione sia completamente diversa e vi sentiate leggeri e spensierati come una colomba che vola in cielo (sempre a proposito di simbologie pasquali ;-) porgo tanti auguri a tutti gli amici di questo blog.

lunedì 26 marzo 2018

Il mio primo computer, ovvero: quando il me.me. chiama e il blogger risponde ;-)

Sono stato nominato.
Il concorrente Ivano Landi ha proposto ai suoi compagni di blogging la partecipazione al me.me. Il mio primo computer partito da un'idea di Red Bavon. Sono previste delle domande di aiuto - comunque non vincolanti, si può rispondere anche senza basarsi su esse - per sviscerare meglio l'argomento. Nel mio caso parlare del mio primo computer significa tornare indietro a un'epoca in cui esisteva ancora l'Unione Sovietica e in Italia governava il pentapartito (viste le evoluzioni successive tutto sommato non erano neppure brutti tempi) quindi allacciate le cinture di sicurezza perché la DeLorean di Doc Brown dovrà fare un bel salto temporale ;-)

Quale è stato il mio primo computer?
Un Olivetti Prodest 128s. Solo chi è datato come me se lo può ricordare.


Chi ha comprato o regalato il mio primo computer?
Ovviamente i miei meravigliosi genitori.

Quali sono stati i primi software che usavo sul mio primo computer?
Vuoto di memoria. Comunque erano molto primitivi nella grafica e nelle prestazioni, eppure sembravano spettacolari. Mi piaceva in particolare un videogioco, Magic Mushrooms, perché permetteva di costruire la propria piattaforma arcade sistemando a piacimento i vari elementi del gioco (muro, trampolini, scale mobili, rulli, etc.) L'utente poteva creare e disfare come voleva.


Chi mi ha iniziato all’uso del mio primo computer?
Nessuno, ho dovuto leggere le istruzioni e smanettare.

Insieme a chi usavo il mio primo computer?
Quasi sempre da solo. Sono stato un nerd quando ancora era sinonimo di "sfigato".

Che fine ha fatto il mio primo computer?
Dopo un po' di anni ha cominciato a dare qualche problema e abbiamo valutato che ripararlo sarebbe stato troppo costoso. I vari documenti salvati al suo interno ovviamente non sono stati recuperati, compresi alcuni racconti che avevo scritto all'epoca che purtroppo sono andati perduti (o meglio: visti i contenuti di quei racconti è più opportuno dire: per fortuna sono andati perduti!)

Chi vuole partecipare?

lunedì 19 marzo 2018

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 5

Lucio Battisti è un'icona della musica italiana. Ha sempre cercato di adeguarsi ai nuovi trend creando canzoni al passo coi tempi, evitando di ripetersi e di diventare un monumento a se stesso. Per tale motivo la sua produzione è estremamente diversificata e quindi non apprezzata uniformemente nella sua interezza.
L'evoluzione più controversa - persino per i suoi fans più accaniti - è stata indubbiamente la scelta di 'divorziare' dal paroliere Mogol e di sostituirlo, dopo una breve esperienza con Velezia (pseudonimo della moglie di Battisti), con Pasquale Panella. I testi criptici ed enigmatici del nuovo paroliere sembrano aver influenzato anche le scelte musicali del cantante, dato che i suoi album in collaborazione con Panella sono caratterizzati da brani spiazzanti, eseguiti spesso con sintetizzatori e tastiere elettroniche. Sono canzoni con ritmi talvolta ipnotici, oppure un fluire di suoni che si evolvono per l'intera durata del pezzo senza mai fissarsi in una sequenza orecchiabile. Insomma, l'esatto contrario dei grandi successi nazionalpopolari che avevano scalato le hit parades sino a quel momento.
In effetti Lucio Battisti viene ricordato soprattutto come protagonista degli anni '60 e '70, mentre la sua successiva produzione è considerata di nicchia, forse sin troppo.
Eppure esiste un ultimissimo Battisti "per le masse" agli inizi degli anni '80, un cantautore che ancora cerca il giusto compromesso fra l'easy listening e l'intellettualismo sofisticato. Un Battisti che già fa uso del sintetizzatore ma ancora non rinuncia a chitarra e basso.
L'album Una giornata uggiosa è l'ultimo tra quelli prodotti insieme a Mogol e viene immesso sul mercato discografico proprio nel 1980. Il singolo tratto dall'album che resterà nella memoria collettiva nazionale è l'arcinoto "Con il fiocco rosa", il monologo di un uomo che si appresta a iniziare una convivenza seria, forse per la vita, e ha qualche ultimo dubbio. Ma si rende conto che il futuro lo scopriremo solo vivendo (quante volte vi è capitato di usare o ascoltare questa espressione? ;-)
Però l'album aveva un altro singolo, quello che da il titolo all'intera raccolta. "Una giornata uggiosa" è un brano dallo stile pop con qualche lieve accenno di rock, una canzone in cui un Battisti più arrabbiato del solito da sfogo al tipico momento in cui ci si sente delusi dalla propria vita e dal mondo che ci circonda.
Personalmente apprezzo più questa canzone che non quella del "fiocco rosa", pur pregevole. In questo periodo in cui le giornate uggiose con cielo grigio e pioggia costante purtroppo si susseguono senza tregua, è anche in sintonia con il tempo atmosferico.
Incorporo un video da youtube per chi volesse conoscerla o riascoltarla. La trascrizione del testo, trattandosi di una canzone in italiano, penso che non sia necessaria.

lunedì 12 marzo 2018

Moderne furberie antiche

Quando di parla di opere autopubblicate su amazon c'è sempre chi avanza il sospetto che talune recensioni particolarmente entusiastiche siano in realtà tutt'altro che imparziali.
Per esperienza diretta posso garantire gli autori indipendenti in genere agiscono con correttezza e non ricorrono a trucchetti del genere, tuttavia le mele marce esistono in tutte le categorie e gli scribacchini non fanno eccezione.
A volte succede, è vero: giudizi a cinque stelle, lodi sperticate all'autore Tizio firmate dall'acquirente Caio che magari è... Tizio stesso che si è auto-recensito, chissà con quanta obiettività.
Qualcuno si illude che queste bassezze dipendano dal maledetto self-publishing su amazon e che "Quando si pubblicava solo tramite gli editori cartacei certe cose non succedevano".
Eppure basta leggere La stanza rossa del letterato svedese Johan August Strindberg, anno di pubblicazione 1879, per trovare episodi come quello che cito integralmente:

Costui [il critico letterario di una rivista di secondaria importanza dal nome 'Toga Grigia'] aveva pure, per sedici anni, scritto poemi mai letti da nessuno, per i quali s'era valso di uno pseudonimo senza che mai nessuno si fosse dato la pena di indagare sul vero nome dell'autore. I suoi poemi, tuttavia, venivano riesumati, rispolverati nonché lodati in ogni numero natalizio della 'Toga Grigia', naturalmente da parte di un critico imparziale, il quale sempre firmava il proprio articolo affinché il pubblico non credesse che l'avesse scritto l'autore medesimo dei poemi; e questo sempre nella speranza che il pubblico conoscesse l'autore.

Insomma, come vedete non è colpa di amazon se capita che qualcuno recensisca positivamente se stesso.
Per la cronaca, secondo la narrazione di Strindberg nella redazione della rivista 'Toga Grigia' lavorava anche un critico d'arte che

era un vecchio accademico che non aveva mai messo mano a un pennello, ma che faceva parte del famoso circolo artistico 'Minerva' ed era perciò in grado di presentare - appunto - le opere d'arte al pubblico già prima che fossero terminate, risparmiando in tal modo agli interessati la fatica di dover emettere un giudizio. Era sempre indulgente con quelli che conosceva, e mai che dimenticasse i loro nomi quando si trattava di presentare una mostra [...] Dei giovani invece ignorava del tutto l'esistenza, cosicché il pubblico, che per dieci anni non aveva udito altri nomi che quelli vecchi, cominciava a disperare per l'avvenire dell'arte.

Insomma, direi proprio che centocinquanta anni sono passati invano ;-)

lunedì 5 marzo 2018

Di uno storico falsario delle mie parti

Il post odierno parlerà di manipolazione dell'informazione e falsificazione di documenti.
No, tranquilli, non ci sarà nessun riferimento ai discorsi e ai proclami della lunga tornata elettorale conclusasi ieri (che comunque mi ha ispirato l'argomento, diciamo così ;-)
Voglio solo dedicare qualche paragrafo a un bizzarro personaggio vissuto dalle mie parti in epoca rinascimentale le cui attività hanno anche una qualche attinenza con le tematiche letterarie del blog.
Giovanni Nanni, meglio noto come Annio da Viterbo, nacque nella città papale nel 1437. Diventato frate domenicano, era riuscito ad accattivarsi le simpatie della gerarchia ecclesiastica arrivando fino alla cima: sia Sisto IV (Francesco Della Rovere, zio di quel Giuliano Della Rovere che poi diventerà a sua volta papa col nome di Giulio II) che Alessandro VI (il famigerato papa Borgia) gli affidarono incarichi importanti e dimostrarono grande stima nei suoi confronti.
Grazie alla benevolenza del Borgia il frate viterbese ebbe a disposizione i mezzi e le risorse economiche per dedicarsi a ricerche erudite e scavi archeologici, come andava di moda in quegli anni di riscoperta dell'antica arte classica romana. Nel 1498 pubblicò ufficialmente il risultato dei lunghi anni trascorsi studiando testi antichi e reperti: una colossale opera in 17 volumi intitolata Antiquitatum Variarum, una collazione di documenti compilati da storici dell'antichità da lui commentati nonché corroborati dal ritrovamento di reperti che ne comprovavano la veridicità.
Tra le tante curiosità riportate nella sua opera c'è ad esempio la storia altomedievale di Viterbo, nata dall'unione di quattro borghi (Fanum, Arbanum, Vetulonia, Longula) su iniziativa del re longobardo Desiderio. Dall'unione deriva l'acronimo FAVL (pronunciato "fàul") che ancora oggi è uno dei toponimi tipici della città laziale grazie alla Porta Faul lungo le mura. Annio era certo della veridicità di tale notizia riportata da uno storico medievale poiché aveva rinvenuto durante i suoi scavi anche il documento ufficiale attestante tale evento: una stele marmorea circolare, di cui restava solo la parte superiore, in cui era incisa la dedicatoria della fondazione.
Una storia certamente molto suggestiva.
Peccato che fosse falsa, come pure la stele marmorea che era stata fatta 'fabbricare' da Annio stesso.
Non fu l'unico caso: i finti reperti archeologici, accuratamente invecchiati tenendoli seppelliti per qualche mese nella nuda terra, furono la specialità di Annio per così dire.
Quindi il frate viterbese scrisse diciassette volumi (migliaia di pagine) composti da menzogne elaboratissime ma elegantemente camuffate in modo da sembrare vere, cronache fasulle tratte da fittizi documenti storici ufficiali. Ci vollero un paio di secoli perché vari studiosi europei appurassero tale inganno.
Perché Annio realizzò questo gigantesco falso? Con quale fine?
Anche se sembra riduttivo (nell'Antiquitatum vi sono false ricostruzioni relative anche ad altri luoghi e personaggi del passato, non limitate quindi alla sola Tuscia) è possibile che il suo scopo fosse fondamentalmente quello di nobilitare la sua amata Viterbo: voleva che la fondazione della città assumesse un'aura leggendaria che cancellasse l'assai più prosaica verità storica. Tra i documenti inventati che cita vi è addirittura un'improbabile cronaca secondo la quale Noé (sì, proprio quello dell'arca) dopo l'abbassamento delle acque del diluvio giunse nel territorio dove poi sorgerà Viterbo e lì prese il nome di Janus (il Giano dei latini, secondo le inevitabili, fantasiose ricostruzioni) diventando il capostipite del popolo etrusco...
Insomma, una finzione letteraria che diventa falso storico che è poeticamente ucronia e praticamente fake news del XVI secolo. Una folle fantasia scritta per esaltare la propria città, che a differenza di Roma non poteva vantare una storia tanto gloriosa, né un'origine divina grazie all'approdo di Enea e al discendente Romolo figlio del dio Marte... (ma temo che anche questa storia qui non sia mica tanto vera ;-)
In un certo senso Annio è però riuscito nel suo scopo: alcune delle vicende immaginarie che ha trascritto nell'Antiquitatum compaiono negli affreschi del Palazzo dei Priori a Viterbo (bellissimo peraltro, vale la pena di visitarlo) e tra queste l'unione dei quattro borghi da cui nascerebbe la succitata sigla FAVL, immagine tanto potente che ancora oggi c'è gente che crede che quella storia sia vera.
Perché dopo tutto, a volte, la fantasia di uno scrittore (o di un falsario) è più stuzzicante della verità. Sarà per questo che ancora oggi le fake news hanno così tanti estimatori?

lunedì 26 febbraio 2018

Patricia chiama, Ariano Geta risponde

... in via del tutto eccezionale però. Perché Pat ha postato l'arrivo della neve a casa sua e io, normalmente, non sarei stato in grado di rispondere. Qui da me nevica mediamente ogni dieci anni, in genere una mezza spolverata di bianco. Stavolta invece il burian (che dalle mie parti è femminilizzato in la buriàna) non ha portato solo aria fredda ma anche tanta neve.
Sono uscito di casa alle sette di mattina e mi sono reso conto che se avessi voluto prendere la macchina per andare al lavoro sarebbe stato abbastanza complicato...


D'altra parte ho ricevuto un messaggio in cui mi informavano che la mia ditta era chiusa causa maltempo (mai successo prima).
Così ho fatto due passi sino allo squallido parco a pochi metri da casa mia, tipica area verde periferica in stato di semi-abbandono, con erbacce ovunque e i giochi per i bimbi fatti di metallo arrugginito e legno marcito.
E, sorpresa...



Da dove è uscito fuori questo spazio verde così grazioso, così suggestivo? Sono sparite le erbacce, i rifiuti permanenti, i ricordini lasciati dai cani.
É proprio vero che sotto la neve è tutto più bello...


... tranne il monumento post-moderno trans-avanguardista: quello continua a far schifo sempre. Peccato che il vento non lo abbia schiantato al suolo.
Non ho portato il righello per misurare (non sono abituato alla neve e dunque sono disorganizzato) ma presumo che abbia fatto venti centimetri buoni. I miei piedi erano completamente affondati nella coltre bianca.


Non si vedono perché sono sepolte sotto la neve, ma indossavo scarpe da ginnastica (ribadisco: non sono abituato alla neve e dunque sono disorganizzato ;-)
Insomma, capisco pienamente i disagi che comporta la neve laddove raggiunge il metro, blocca le strade, ferma le attività produttive, e mi rendo conto che sia giustamente "odiata" in quei casi.
Però, per una città come la mia dove le "scuole chiuse per neve" praticamente non ci sono mai state, oggi è una giornata speciale a modo suo. Posso garantire che c'era un entusiasmo fra la gente che camminava (o meglio: affondava) nella neve che difficilmente ho visto persino in estate. Ai bambini e agli adolescenti ridevano gli occhi, ma anche ai loro genitori. Ma i più felici in assoluto erano i cani husky che finalmente hanno potuto sfogarsi nel loro elemento naturale :-D
Un saluto dal montarozzo di terra secca in mezzo al parco che, solo per oggi, sembra un sentiero del Monte Terminillo.

giovedì 22 febbraio 2018

Alice in Wonderland o delle sei cose impossibili

Questo me.me. l'ho scoperto tramite Ivano, che ha invitato a partecipare tutti i frequentatori del suo blog, quindi potenzialmente anch'io. Del resto "Alice nel Paese delle Meraviglie" e "Attraverso lo specchio" sono due libri deliziosi che ho letto con piacere: un me.me. che si ispira al personaggio principale è una tentazione irresistibile.
Devo però precisare che non ho apprezzato del tutto i due film disneyani con Johnny Depp improbabile Cappellaio Matto ai quali si ispira l'idea delle 'sei cose impossibili'. La vera Alice di Lewis Carroll è altra cosa.
Comunque, lasciando da parte la mia idiosincrasia per il nuovo corso della Disney e relativi prodotti ciofecatografici, mi cimento in questa prova.
L'idea è partita dal blog Cuore rotante cui rendo doverosamente merito.
Le regole sono semplici:

-Inserire il logo di Alice’s in Wonderland
-Descrivere sei cose impossibili
-Nominare tutti i followers che volete

Ivano Landi è stato particolarmente colto ed erudito ed è praticamente impossibile replicare con una sestina alla sua altezza. Mi limiterò alle inutili lamentazioni da vecchio barbogio in cui ormai incorro sempre più frequentemente.

1-Cambiare la propria vita può essere complesso ma non impossibile; cambiare una nazione partendo dal suo passato, sì, quello è proprio fuori portata. Riesco a immaginare tanti passati alternativi per l'Italia che magari ci avrebbero condotti  a un oggi meno avvilente. Ma resta una mera fantasia irrealizzabile.
2-Nella vita ho commesso errori gravi di cui mi sono pentito, che tuttavia sul lungo periodo hanno anche prodotto conseguenze utili; ho anche fatto cose fondamentalmente giuste e che ricordo con piacere, ma che rimangono fini a se stesse e prive di reale utilità. Insomma: la cosa davvero impossibile è prevedere la catena degli eventi in ogni dettaglio.
3-Aumentare la propria altezza di qualche centimetro è ancora una cosa impossibile, malgrado ciò di cui è capace la medicina moderna. Ci sono anche le scarpe coi tacchi, d'accordo, ma non è la stessa cosa. E poi sono le donne che possono indossare i tacchi alti con stile e fascino, gli uomini con le scarpe zeppate sono solo ridicoli.
4-Cambiare il proprio carattere non dovrebbe rientrare fra le cose impossibili. Volere è potere, con la forza di volontà ci si può imporre ogni sorta di disciplina interiore e arrivare al punto in cui "io" è un'altra persona.
Evidentemente la mia volontà è difettosa e ormai ho pure superato il periodo di garanzia, quindi non me la cambiano più.
5-Stesso discorso per la scrittura: ci si può impegnare per migliorare, per crescere, per essere originali, ma a volte ho l'impressione di rappresentare involontariamente il detto popolare che dalle mie parti suona più o meno: ie manca sempre 'n centesimo pe' fa' 'na lira.
6-L'ultima cosa davvero impossibile che mi dispiace lo sia è il poter trovare la strada per salire sopra le nuvole di cui parlavo in questo post.

E adesso fatevi avanti e date anche voi il vostro contributo ;-)

giovedì 15 febbraio 2018

La creazione di un libro nel senso materiale del termine

Già in passato, in alcuni post risalenti all'era paleolitica di questo blog, avevo accennato al fatto che alcuni libri li ho creati anche nel senso materiale della parola. 
Prima ho seguito l'ispirazione, trascritto su pc, riletto, editato, limato, corretto.
Poi ho stampato i fogli e li ho rilegati con una copertina di cartoncino.
Non è difficile. Bisogna solo armarsi di taglierina e avere la pazienza di smezzare un po’ di fogli A4 in modo preciso e senza strappi per trasformarli in A5 (volendo si possono anche comprare già pronti, eh!) 
Si imposta l'impaginazione del file digitale in quel formato e poi si stampa fronte/retro, controllando costantemente l'operatività della stampante poiché detta funzione applicata ai fogli A5 crea spesso degli inceppamenti della carta. 
Dopo essersi assicurati che le pagine così ottenute siano state disposte nell’ordine giusto, bisogna compattarle in modo che il blocco dei fogli sia un parallelepipedo perfettamente liscio (soprattutto sul lato sinistro che costituirà il dorso del libro). Basta tenere fermo il blocco con l’aiuto di una pressa, spalmare colla abbondante sul lato sinistro e, dopo che si è asciugata, farvi una serie di incisioni con la taglierina sulle quali si inseriranno dei monconi di filo. 
Si va con una seconda passata di colla, ci si applica un cartoncino bristol poco più grande di un foglio A4 su cui è stata disegnata la copertina (e anche la quarta, perché no?), si ripiega il cartoncino in modo da adattarlo al blocco dei fogli ormai rilegati, et voilà: il libro fatto in casa è pronto.
Può sembrare stupido, ma compiere questa semplice operazione (che comunque richiede qualche ora di lavoro) mi ha sempre dato un senso di soddisfazione.
La manualità è sempre un'abitudine utile, da non perdere. I risultati che ottengo come "tipografo dilettante" ovviamente non sono minimamente paragonabili a quelli di un print-on-demand o di un tipografo professionale, però neppure da disprezzare.
Ho sempre amato i libri anche come oggetti fisici, e lo dico senza essere un feticista della carta (leggo e pubblico digitalmente senza problemi, lo sapete già).
C'è qualche altro collega scribacchino che si è improvvisato rilegatore e stampatore?

EDIT: su richiesta di Pat aggiungo alcune foto dei miei lavori da "tipografo" :-D





giovedì 8 febbraio 2018

Abruzzo

Quando ho letto, qualche giorno fa, la notizia che il paesino abruzzese di Città Sant'Angelo è stato inserito dalla rivista Forbes tra i dieci luoghi ideali per trasferirsi nel 2018, il mio primo pensiero è stato: "Allora devo tornarci".
Eh sì, perché io c'ero già stato varie volte quando ancora nessuno lo conosceva.
É un comune sparso, diviso in più frazioni, di cui molte di recente costruzione con case moderne. Ma in cima a un colle vi è il borgo storico con la tipica strada centrale lastricata, le chiese e le piazzette antiche. Se ci capitate avrete la sensazione di trovarvi nel mezzo di Pane, amore e fantasia e da ogni vicolo vi aspetterete di veder sbucare Gina Lollobrigida e Vittorio De Sica...


In autunno può sembrare un luogo un po' triste...


... ma basta entrare in una trattoria locale, gustare rustell e pasta alla mugnaia e torna subito l'allegria. E poi quando arriva la bella stagione e il sole illumina gli oliveti e le case di campagna, è davvero piacevole fare un'escursione.


A pochi chilometri c'è un altro paesino che a quelli di Forbes è sfuggito ma secondo me potrebbe tranquillamente aggiungersi alla lista: Atri.
Ha un centro storico bellissimo in cui spicca il Duomo di Santa Maria Assunta.


Sul belvedere però si possono trovare anche sculture moderne. Ammetto di non amare granché l'arte astratta, però alcune di queste sculture danno una certa suggestione.


E visto che sto parlando dell'Abruzzo, impossibile non nominare il Gran Sasso.
Ai piedi della catena montuosa c' è un luogo interessante da vedere, prescindendo dalla fede religiosa: il Santuario di San Gabriele.


Da lì si ha una vista meravigliosa delle vette, innevate anche in piena estate.


A San Gabriele sono stato vittima della legge del contrappasso: mentre stavo fotografando, qualcuno mi ha fotografato. Che dite, posso perdonare i colpevoli di questo scherzo? ;-)

giovedì 1 febbraio 2018

I dubbi di un principiante alle prese con un romanzo fantasy

L'annunciata auto-sfida scrittoria sta procedendo, le pagine vengono riempite e la storia prende forma.
Ho dei dubbi però, che si trasformano in piccoli tormenti.
Tanto per cominciare: i nomi.
Trattandosi di una vicenda ambientata in un continente immaginario ne consegue che i protagonisti non possono chiamarsi Antonio, John o Yukio, devono avere dei nomi non correlati al nostro mondo. E neanche le città possono derogare.
Ogni volta che ripasso il lungo elenco di nomi fittizi di persone e luoghi che ho stilato mi chiedo: ma suonano bene? Sicuro che non siano ridicoli?
Perché i nomi hanno la loro importanza. Uno legge Tolkien e sa che Frodo e i suoi compagni giungeranno sino a Mordor e nel corso del viaggio vedranno le possenti mura di Minas Tirith, e già questi nomi catturano l'attenzione del lettore.
Howard scrisse saghe di guerrieri mai domi, uomini che incutono timore già quando pronunciano il loro nome: Conan, Bran Mak Morn, Turlough "Il Nero".
Quelli che ho inventato io saranno altrettanto efficaci? Non avrò per sbaglio coniato nomi di personaggi già esistenti o identici a quelli di luoghi del mondo reale?
E poi l'altro dubbio atroce: d'accordo che è un fantasy, ma fino a che punto posso essere fantasioso? Come devo dosare realismo e magia, quanto è lecito far incidere la seconda rispetto al primo ai fini dello svolgimento della trama?
Probabilmente non esiste una regola certa riguardo questo aspetto, c'è solo la capacità dell'autore di equilibrare tutti gli elementi testuali nel miglior modo possibile. Ci riuscirò?
Infine, ultimo in elenco ma primo in ordine di importanza, il timore maggiore: il dubbio se il mondo alternativo che ho concepito piacerà oppure no. Risulterà interessante? Susciterà curiosità in un eventuale lettore oppure gli sembrerà un deja-vu? Si sentirà invogliato a proseguire nella sua scoperta o lo mollerà senza rimpianti?
Insomma, scrivo e dubito. D'altronde mi capita sempre, anche quando il soggetto non è un fantasy.

giovedì 25 gennaio 2018

Canzoni dimenticate degli anni '80 - 4

Solo pochi coetanei rammenteranno una band inglese attiva tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 che aveva scelto il nome di Japan, e forse proprio per questo motivo aveva riscosso un discreto successo in Giappone e molto meno in patria. Le loro canzoni avevano uno stile glam, ispirate dal primo David Bowie e Marc Bolan, ma anche da un gruppo a quel tempo famoso come i Roxy Music.
Si presentavano in scena vestiti elegantemente come dei fascinosi dandy, tuttavia la loro musica era tutt'altro che banale o commerciale. Nel 1983, proprio nel momento in cui iniziavano a ottenere consenso anche in Inghilterra decisero però di sciogliere la band. Accadde, più o meno come per i Beatles, per colpa di una donna giapponese (inconsapevole emula di Yoko Ono): Yuka Fuji, fidanzata del bassista Mick Karn, lo mollò all'improvviso perché innamoratasi del cantante David Sylvian.
Comunque, al di là di questa vicenda privata, entrambi i musicisti ambivano ormai a carriere soliste.
Entrambi si cimentarono con la sperimentazione. David Sylvian in particolare iniziò a collaborare con gli artisti della cosiddetta ambient music, visto che all'epoca, fortunatamente, la ricerca di sonorità alternative al pop e al rock era assai più attiva di oggi. Partendo dagli anni '70 con la psichedelia dei primi Pink Floyd e le band elettroniche come i Kraftwerk e i Tangerine Dream, in quel periodo erano apprezzati anche musicisti come Brian Eno, Robert Fripp, Bill Nelson e Philip Glass che creavano colonne sonore ma al tempo stesso producevano e mettevano sul mercato dischi altamente sperimentali.
David Sylvian nel corso degli anni avrebbe prodotto opere importanti come Alchemy: an index of possibilities che per scarsità di fondi uscì solo in musicassetta (e io mi vanto di averne un originale comprato a Londra) e Gone to Earth, un LP doppio al quale parteciparono numerosi altri artisti e che uscì anche in vinile (ho anche questo).
In quegli anni era particolarmente attivo (lo è tuttora in effetti) il musicista giapponese Ryuichi Sakamoto, al quale dedicherò poi un post apposito. Il 1983 fu come già detto l'anno dello scioglimento dei Japan, ma anche quello in cui si verificò un incontro artistico anglo-nipponico grazie a una coproduzione cinematografica.
Il film di Nagisa Oshima Merry Christmas Mr. Lawrence (uscito in Italia col titolo Furyo) raccontava una drammatica storia d'amore omosessuale durante la Seconda Guerra Mondiale in un campo di prigionia dell'esercito giapponese dove erano detenuti dei soldati inglesi. I protagonisti erano David Bowie, Takeshi Kitano e lo stesso Ryuichi Sakamoto che oltre ad aver composto la colonna sonora recitava la parte di un ufficiale giapponese.
Una delle sequenze sonore da lui composte era particolarmente suggestiva cosicché venne l'idea di trasformarla in una canzone con il testo in lingua inglese. Ed ecco la collaborazione fra Ryuichi Sakamoto e David Sylvian, che insieme al musicista giapponese riadattò la melodia diventandone poi il vocalist.


Ascoltandola forse qualche coetaneo se la ricorderà, visto che all'epoca ebbe anche un certo successo. Alla canzone venne dato il titolo "Forbidden colours", lo stesso di un romanzo di Yukio Mishima la cui trama però, seppur incentrata sull'omosessualità, non ha niente a che fare col film di Nagisa Oshima.
Io ho visto il film, letto il romanzo che ha lo stesso titolo, ho diversi dischi di entrambi i musicisti... Insomma, adesso tocca a voi ;-)
Riporto il testo tradotto in italiano e il video originale su youtube con la canzone completa in cui si alternano immagini di Sylvian e sequenze tratte dal film. Buon ascolto!

(Testo: Le ferite sulle tue mani sembrano non guarire mai. Pensavo che tutto ciò di cui io avessi bisogno era credere. Io sono qui, una vita lontano da te, il sangue di Cristo o il battito del mio cuore, il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede. Anni insensati tuonano, a milioni sono pronti a dare la vita per te, c'è qualcosa che sopravviverà? Mentre lotto con sentimenti che sorgono in me le mie mani sono in terra, sono seppellito dentro me stesso. Il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede ancora in te. Camminerò in tondo dubitando della terra che ho sotto i piedi eppure mostrerò una fede incrollabile in ogni cosa. Io sono qui, una vita lontano da te, il sangue di Cristo o un cambio nel mio cuore. Il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede, il mio amore indossa colori proibiti, la mia vita crede in te ancora una volta.)

giovedì 18 gennaio 2018

Modalità acida "on" - 5

Le giornate acide rendono difficile anche il semplice rapportarsi col contesto in cui si vive.
Partiamo, a livelli ampi, dalla nazione. Nel corso di una giornata acida lo scribacchino può arrivare a pensare che le persone intelligenti tendano a fuggire dal paese in cui vive.
Lo crede basandosi su due considerazioni: la prima è che i suoi connazionali all'estero (a differenza di quelli che rimangono in patria) si distinguono per aver apportato novità importanti nella storia dell'umanità. Per dire: un emigrato italiano in Spagna ha inventato l'emigrazione in America; un altro connazionale, emigrato in Germania, ha inventato l'acqua di Colonia; un paesano emigrato negli Stati Uniti ha inventato la bomba atomica (ecco, questa onestamente non è stata una mossa molto intelligente); il figlio di due emigrati italiani in Inghilterra ha inventato la musica heavy metal (e direi che questa compensa la precedente). La cosa curiosa è che queste novità importanti valgono solo se l'italiano rimane all'estero, non quando ritorna in patria. Per dire: c'è stato un compaesano che era emigrato in Svizzera, poi però è tornato in Italia e ha inventato il fascismo...
La seconda considerazione acida riguardo la repulsione che lo Stivale esercita verso l'intelligenza è che la maggior parte di quelli che rimangono nel paese sembrano interessati solo a vedere quiz in cui non devi essere preparato su una materia specifica come si usava una volta (che so, storia della città di Roccacannuccia o biografia di San Vincino di Siena) ma soltanto quiz non-culturali a botta di culo, quelli in cui devi scegliere un pacco dopo un'ora di tira e molla con un presentatore stucchevole oppure tirare a indovinare se la tizia in studio è parente di quella che gli sta accanto a destra o di quell'altra che sta alla sua sinistra... Se vinci, puoi sperare di diventare celebre come 'vincitore del noto quiz a botta di culo' e così potrai partecipare a qualche reality show con concorrenti a loro volta famosi, tipo la sorella del marito di una pornostar (giustamente celebre in quanto sorella del marito di una pornostar. C'è forse qualche motivo migliore di questo per essere famosi?...)
E molti italiani non emigrati assisteranno con piacere a tale reality show, soprattutto la serata in cui c'è la sfida cui si devono sottoporre i partecipanti. Sfide che svariano dalla prova di canto stonato alla battaglia a secchiate d'acqua in biancheria intima...
Insomma, durante una giornata acida lo scribacchino arriva a vedere cose esasperate dalla sua acidità, cose che in realtà non esist...
... e niente, questo post è meglio finirlo qui ;-)

giovedì 11 gennaio 2018

Mangasia


Si è tenuta al Palazzo delle Esposizioni a Roma la mostra Mangasia, peraltro discretamente pubblicizzata sui mass media.
Io ci sono andato per lo più per l'interesse verso il fumetto giapponese, ma la mostra aiuta a scoprire la storia anche di altre realtà, alcune emergenti (come i manhwa coreani e cinesi) altre ancora poco conosciute come i comics filippini, indonesiani e del subcontinente indiano.
Ho scattato alcune foto che ho piacere di condividere con voi.
Vi sono molte tavole originali di grande effetto. Questa è del pioniere dei manga, Osamu Tezuka.


Vi sono anche esempi di manga art con la fusione di fumetti odierni e stampe tradizionali giapponesi, ad esempio questo incontro fra i personaggi di Eiichiro Oda e i disegni del leggendario artista del XIX secolo Hokusai:


Come detto non mancano esempi di fumetti di area non nipponica. Ne propongo un paio di tavole:



L'allestimento della mostra ha elementi che colpiscono l'attenzione, un po' suggestivi e un po' kitsch...



Insomma, è stata una visita interessante, sicuramente imperdibile per un nipponofilo come me.

giovedì 4 gennaio 2018

Una citazione per iniziare l'anno

Avevo già accennato che prima o poi vorrei scrivere un post dedicato al grande Lucio Battisti.
Per iniziare il 2018 ho pensato di sfruttare alcune sue considerazioni tratte da una delle poche interviste rilasciate dal cantautore (per la precisione è la sua ultima intervista ufficiale) che possono trasformarsi in uno spunto di discussione interessante ma anche in un ideale programmatico per noi scribacchini e creativi in genere. Perché sebbene qui Battisti si riferisca - ovviamente - alla musica, i concetti che espone sono estendibili a qualunque forma di espressività artistica. Ho trascritto il passaggio dell'intervista in modo testuale, senza alterare in nessun modo il linguaggio semplice di Battisti e il suo tipico modo di parlare da 'ragazzo di paese'. Ho solo omesso alcune esitazioni e intercalari onomatopeici.

Coesistono nella mia musica il desiderio di fare musica molto bella e di fare della musica molto popolare. Il desiderio di fare musica molto creativa e musica molto rozza perché possa arrivare a un pubblico che magari non ha voglia per niente di spremersi la testa e che magari ha ragione. E quindi questo crea di volta in volta delle strane cose che sono molto diverse anche da come ero partito, da come erano le mie intenzioni, ma questo è il bello della musica: non si sa mai che cosa esce fuori. É logico che delle volte può venir fuori una canzonetta scema, però delle volte da questo contrasto, da questa cosa caotica possono nascere delle cose molto belle.

Cosa ne pensate? É corretto restare sospesi fra il desiderio di creare qualcosa che sia davvero bello (che però non potrà essere compreso dalla massa) e qualcosa che invece tutti possano capire (ma forse divergerà dall'obiettivo iniziale)? Questo contrasto può comunque dare vita a "cose molto belle" adatte a tutti i palati o finisce col generare soltanto una 'canzonetta' (racconto, poesia, quadro, etc.) "scema"?