venerdì 1 luglio 2011

Riscrivere

Writing is rewriting. È una frase attribuita a Hemingway a proposito dell'importanza di riscrivere più volte lo stesso manoscritto poiché la prima versione è sicuramente acerba. L'autore americano disse a un intervistatore di aver riscritto 39 volte la stessa pagina di un romanzo perché non era soddisfatto del risultato.
Ma accanto alla riscrittura che conduce alla versione definitiva di un testo, esiste anche la riscrittura ex novo di un'opera che si considerava in qualche modo conclusa.
Un caso noto è quello di Manzoni. Benché ci avesse lavorato sopra per parecchio tempo, il romanzo Fermo e Lucia aveva qualcosa che non lo convinceva. Non bastava modificarlo, occorreva ricrearlo dall'inizio. Fu così che nacque I promessi sposi (a sua volta passato attraverso varie revisioni prima della pubblicazione finale). Fermo e Lucia, pubblicato postumo nel XX secolo per soddisfare la curiosità degli accademici letterari, viene definito un romanzo "diverso" da quello più noto, pur trattando la stessa vicenda e mantenendo la stessa trama.
Ma può capitare di dover riscrivere a causa del più banale degli imprevisti. Dino Campana, considerato l'unico vero poeta maledetto italiano, nel 1913 consegnò alla rivista "Lacerba" i suoi Canti Orfici. Dopo alcuni mesi venne a sapere che le sue poesie non erano state neppure esaminate perché avevano smarrito i fogli su cui erano trascritte...
A quei tempi non esistevano le fotocopiatrici, e Campana non aveva alcuna copia personale del manoscritto. Fu perciò costretto a riscriverlo partendo da zero e affidandosi alla memoria. La cosa curiosa è che nel 1971, sessanta anni dopo la sua morte, il manoscritto smarrito venne ritrovato per caso fra le carte del letterato Ardengo Soffici, all'epoca redattore di "Lacerba". Gli studiosi dell'opera di Campana hanno così avuto in dono un'occasione straordinaria per esaminare la prima versione "definitiva" di un'opera riscritta non per volontà dell'autore ma per colpa dei casi del destino.
Nel mio piccolissimo ambito, posso dire di aver riscritto più volte, in varie versioni e con notevoli differenze, parecchi dei miei racconti. È un lavoro mentalmente stressante, ma purtroppo quasi inevitabile.

5 commenti:

  1. Scrivere è fatica. E' proprio vero! ;)

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  2. Io non ho di questi problemi, nel senso che anche se dovessi smarrire i miei lavori non sarebbe una grave perdita per il panorama letterario mondiale (e nemmeno rionale!). Però mi romperebbe un po', perché alla fin fine ci sono affezionato. E con la memoria che ho non riuscirei a ricostruire forse neanche la trama dei racconti.
    Temistocle

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  3. Il romanzo a cui ho lavorato di più, riscrivendolo per intero diverse volte (tre... più un altro editing piuttosto profondo) è stato quello che voi conoscete come Starship Journal. Ed è stato anche il mio primissimo romanzo!

    Altri miei lavori hanno avuto riscritture, come UFO e Justice. Alcuni, invece, li ho creduti perfetti così com'erano in prima stesura... e comunque, ogni tanto torno a fare dei piccoli editing al testo, come proprio sta accadendo in questi giorni!

    Quanto a perdere i miei lavori... ne morirei, ci ho sudato sopra sette camicie, due magliette, un centinaio di canottiere... insomma, ho talmente tante copie di backup che, quando devo aggiornarle, mi ci vogliono due giorni pieni! :D

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  4. Vero, riscrivere o reimpostare un lavoro è stressante. Dovrebbe però essere conseguenza di una scelta e non del caso. Nella mia esperienza personale, riscrivere un pezzo lo ha sempre migliorato.

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  5. Non sapevo questa cosa di Campana. Lo trovo un poeta geniale.

    La riscrittura, in effetti, è importante. Non basta modificare le frasi per migliorare il testo, a volte bisogna proprio ripartire da zero.

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